Aou 29
Nemico, amico, amante

di nicola pasa

Nemico, amico, amante
Ho scoperto Alice Munro per caso, un caso devo dire ben poco casuale, come se Alice fosse sulla mia strada e prima o poi non avrei potuto non scorgerla. Così frugando tra gli scaffali di una libreria alla ricerca di autori americani ho scoperto lei, ammetto che sulle prime l’occhio mi era caduto sulla copertina del libro che recensisco e che riproduco sopra e in particolare sull’avvenente signorina languidamente appoggiata al davanzale, poi ho girato e ho letto la quarta con il commento entusiasta di Pietro Citati. Così lo prendo, insieme ad un altro titolo “Segreti svelati”.
Ho letto i nove racconti del libro in pochi giorni, rapito dallo stile e dalle trame. Quel che mi è subito piaciuto di Alice Munro è la ricchezza stilistica e i dettagli di cui intesse le sue storie. Sono dettagli precisi, che illuminano i personaggi e danno la svolta alle storie rendendole imprevedibili e un po’ magiche.
Il racconto più bello è il primo, quello che dà il titolo, ma mi è piaciuto molto anche l’ultimo “The bear came over the mountain”.
Vi parlerò di questi due racconti lasciandovi il piacere di scoprire gli altri.
“Nemico, amico, amante” inizia con una signora non molto piacente, anzi decisamente bruttina, a colloquio con un impiegato delle ferrovie. La signora, Johanna, vuole spedire dei mobili in un posto lontano e poi comprare un biglietto per viaggiare sul treno diretto in quella località. Dopo seguiamo Johanna in un negozio del paese, vuole comprarsi un vestito, un bel vestito. Incontriamo così la proprietaria del negozio e seguiamo il gioco di seduzione e insieme di sfida e di pudore tra le due donne. Il narratore nei racconti di Alice Munro non ha mai un’unica voce e un unico volto, così come spesso i personaggi protagonisti cambiano inaspettatamente dando svolte talvolta davvero sorprendenti e misteriose. Nella scena tra le due donne il narratore non prende le parti di nessuna, si fonde con entrambe, le fa parlare e noi possiamo ascoltare i loro pensieri, del tutto dissociati dalle parole che si scambiano. E’ una verità abbastanza banale e scontata che non c’è correlazione tra quello che diciamo e quello che realmente pensiamo ma se fosse possibile anche nella realtà leggere i pensieri della gente, privilegio concesso solo agli scrittori e ai loro lettori, la nostra vita sarebbe infelice. Forse è per proteggerci che la natura non ci ha dato il dono di leggere nel pensiero, forse non sarebbe mai nata una civiltà, può darsi pure che la cosa ci avrebbe risparmiato anche molte seccature, come la storia dell’umanità ma questo esula un po’ dalla recensione.
Torno dunque al racconto. In questa storia spesso il fuoco del narratore si sposta su personaggi che potrebbe sembrare secondari, ma è una caratteristica di Alice Munro quella di raccontare storie nelle storie, di farci smarrire in apparenza il filo del discorso principale, tanto che spesso ci si chiede dove vorrà andare a parare. Così in questo racconto seguiamo la vicenda del padrone di casa di Johanna, della storia della sua famiglia, di questo genero sperperatore che le ha rubato la figlia e gli ha lasciato una bambina. Il fuoco si sposta poi alla bambina e a sua cugina e qui inizia forse la parte più bella del racconto, queste due ragazzine sembrano vivere davvero, così piene di vita e di sfaccettature, così vere che sembra quasi un peccato che non siano esistite veramente ma solo nell’immaginazione fantastica di Alice Munro. La cosa più riuscita di questa parte è il dialogo tra le due ragazzine. Chi scrive sa quanto sia difficile scrivere un dialogo che non suoni falso o artefatto, soprattutto sa quanto è difficile governarlo e ricondurlo alle ragioni della trama senza che il lettore avverta puzza di imbroglio. In questo Alice Munro è davvero strepitosa. Le azioni delle due ragazzine sono intimamente legate al destino di Johanna, potremmo dire che in qualche modo lo determinano. Vogliono fare uno scherzo a Johanna, farla innamorare del genero dissipatore, padre di una delle ragazzine e vogliono farle credere che è ricambiata dall’uomo. Così scrivono delle lettere false senza valutare fino in fondo le conseguenze del loro gesto. Johanna si innamora davvero dell’uomo, del tutto ignaro dello scambio epistolare, e così si torna all’inizio della storia e comprendiamo le ragioni che spingono Johanna a partire verso questo nuovo destino e perché si compra un abito da sposa. Alla fine del racconto le due ragazzine stupite scoprono che il loro scherzo ha davvero cambiato il destino di due persone, Johanna e l’uomo si sposano e hanno anche un figlio. E di quel bambino le due ragazze si sentono anche un po’ madri, questa cosa le sconvolge e al tempo stesso le porta a fare considerazioni sulla bizzarria della vita e dei destini.
I più avvertiti avranno senz’altro trovato eco nell’espediente dello scherzo delle ragazzine di trame amorose vecchie quanto il mondo, di cui la storia del teatro è colma. Pensiamo a Shakespeare o a Moliere o al nostro Goldoni. Eppure in questo racconto di Alice Munro si respira qualcosa di nuovo, la polvere dei secoli viene scossa, l’antico splendore riemerge a fatica nella sozzura del nostro tempo, la freschezza di queste pagine, il respiro intenso di questi personaggi tutti ben disegnati a cui Alice ha regalato vita e verità, tutto questo è semplicemente meraviglioso.
Il racconto andrebbe letto e riletto, specie da chi ha l’ambizione di scrivere. C’è tanto da imparare da questa scrittrice.
 
“The bear came over the mountain” è il racconto che chiude la raccolta ed è il racconto più triste dei nove ma è anche uno dei racconti più belli che abbia mai letto nella mia vita e senza modestia posso dire di averne letti tantissimi.
E’ la storia di una coppia matura, lei è una donna molto affascinante, si chiama Fiona. E’ una donna piena di vita, un fuoco che brucia, ma è una donna strana, bizzarra; lui si chiama Stanley, è un professore universitario e si innamora di lei proprio perché è strana e diversa, e perché è un inno alla vita.
Gli anni passano. La vecchiaia incombe anche su Fiona, soprattutto sulla sua mente che va sempre più disgregandosi. Stanley non riesce più a gestirla, la porta allora in un ricovero per anziani in montagna.  
Qui Fiona incontra Aubrey, tra i due si stabilisce un legame particolare che presto esclude Stanley. “Sono cose che capitano spesso”, gli dice un’infermiera. La cosa non lo rende felice. Giorno dopo giorno Fiona sembra sempre più legata a Aubrey, un paralitico che le è sempre accanto e sembra dare alla donna quel che Stanley forse non le ha mai dato.
Il marito si sente spesso di troppo, con imbarazzo interrompe un idillio che pur essendo del tutto platonico le sta portando via la sua donna. Si domanda se non sia la malattia a farla comportare così, a un certo punto diviene un estraneo, neppure sembra riconoscerlo.
Qui Alice Munro comincia a giocare con l’ambiguità di questa donna e della relazione con il marito. Stanley non riesce più a capire se Fiona è preda della sua eccentricità o se davvero il suo cervello sta andando in frantumi. Però sembra felice accanto a questo bizzarro uomo, Aubrey, di cui Alice Munro fa un ritratto divertente e commosso.
Finché la moglie di Aubrey non torna sui suoi passi e decide di riportare a casa il marito. Le ragioni sono economiche come scoprirà Stanley.
Quando Aubrey lascia l’istituto Fiona sembra sprofondare nell’infelicità e nell’apatia più completa. Stanley è preoccupato anche perché le infermiere lo minacciano che se non camminerà più saranno costrette a metterla al secondo piano, dove ci sono le persone più gravi e fuori di testa.
Stanley si rende conto che l’unico gesto davvero d’amore, che potrebbe fare per lei, è riportarle Aubrey. Va a casa dell’uomo e parla con la moglie. Capisce che l’unico modo di convincerla a riportare il marito da Fiona è divenire il suo amante.
Stanley ci pensa per un po’. La moglie di Aubrey gli lascia messaggi inequivocabili nella segreteria. L’uomo è tormentato dal dilemma: tradire Fiona per restituirle il suo amante e riportarle un po’ di vita per il tempo che le rimane. E’ una situazione al limite.
Che l’amore non passi anche attraverso un gesto come questo? E’ strano e insieme bellissimo che Stanley indugi così a lungo su un tradimento che in altri tempi avrebbe consumato senza tante storie.
Il finale è meraviglioso e contiene un enigma.
Stanley torna da Fiona che lo riconosce dopo tanto tempo, torna con Aubrey, scopriamo che alla fine ha ceduto ed è diventato l’amante della moglie di Aubrey. Fiona sembra non riconoscerlo. Poi il suo volto si riaccende, la grazia scherzosa che l’aveva fatto innamorare di lei ricompare sul suo viso.
E’ a questo punto che accade la magia: Fiona tende le braccia all’uomo, e gli dice che credeva che l’avesse abbandonata. L’uomo risponde semplicemente: Mai e poi mai.
Non sono riuscito a capire a quale uomo si rivolga Fiona, alcuni dettagli mi portano a pensare che si rivolga a Stanley ma Alice Munro qui secondo me ha voluto giocarci uno scherzo, un’altra ambiguità che solo lo stile può regalarci. Credo che la bellezza di questo racconto sia racchiusa tutta in questo finale così ambiguo e insieme magico, summa di una bellezza che affiora continuamente negli infiniti dettagli del racconto, nelle sfumature delicate dei personaggi e dei loro tormenti interiori, così come nei loro gesti, così troppo umani.
Mi ripeto, c’è molto da imparare da Alice Munro, e quando si trova un maestro, quando lo si riconosce tra una moltitudine di scrittori spesso balbuzienti o sopravvalutati, tipo quello della Solitudine dei numeri primi, è come scoprire per me nuovamente il tesoro dell’Hispaniola. Sono felice di aver incontrato Alice Munro sulla mia strada, sono convinto che mi darà moltissimo sia come lettore che come scrittore, figure per me inscindibili, come l’amore e la vita.
 
 
ps so che non c'entra un cazzo con il sito e l'associazione ma stanotte avevo voglia di scrivere qualcosa o recuperare quel che è andato perduto con il mio sito personale, sarà che per la prima volta ho bevuto, sarà che sono solo come un cane, sarà quel che sarà, se non vi piace la tolgo... col cazzo!
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Aou 28
Comunità o piccoli manicomi

di océane.m


Da: Alibeax - Inviato: Martedi 26 agosto 2008 19:01 

A: Forum Segreteria

Oggetto: Comunità o piccoli manicomi


Carissimi, sono iscritto al forum (Forum Segreteria), vivo e lavoro come infermiere professionale nel basso Salento, condivido gran parte di quello che voi dite. Tuttavia, quello che io intendo evidenziare è il fatto che si dia poca voce e attenzione a quelle che sono le comunità psichiatriche riabilitative, in particolar modo quelle che operano nel privato e che  negli ultimi decenni sono nate come funghi, che io definisco "piccoli manicomi".

Perché pur essendo accreditate talvolta non rispettano gli standard minimi, quali:

1) carenza e in alcuni casi assenza delle figure infermieristiche (regolamento 7/2002), per cui più succede che le terapie farmacologiche vengono somministrate dagli educatori oppure da semplici operatori, privi di formazione specifica, in particolar modo faccio riferimento agli effetti collaterali del farmaco somministrato;
2) accanimento farmacologico;
3) ospiti, che rimangono in comunità per decenni;
4) chi ha una struttura accreditata ne ha altre non accreditate, dove vengono spostati i pazienti senza una logica coerente con conseguente un aumento della cronicità;
5) assenza completa del CSM, che più volte inserisce i pazienti senzaun progetto riabilitativo;
6) in alcuni casi succede che queste strutture vengono avvertite prima dei possibili controlli e quindi si riesce quasi sempre a tamponare (spostando gli ospiti in sopranumero in altre comunità sempre di loro proprietà);
7) più volte le porte sono chiuse o controllate;
8) più volte sono in sopranumero;
9) assenza di formazione e aggiornamento;
10) non vengono rispettate le distanze per l'inserimento in comunità (molti ospiti provengono da province diverse e addirittura da regioni diverse), forse il regolamento dice che la struttura deve essere distante non più di 40 Km., questo per migliorare l'inserimento e lavorare anche con la famiglia.

Io credevo che tutte le figure professionale fossero fondamentali per formare un'equipe pluridisciplinare, credevo che l'Educatore professionale svolgesse interventi di tipo socio-terapeutico e psico-educativo e collaborasse alla realizzazione del progetto terapeutico e non somministrasse farmaci, compito che spetterebbe all'Infermiere professionale, per  conoscenze cliniche e farmacologiche che gli sono proprie. Credevo che il progetto non doveva durare più di tre anni, credevo che l'inserimento doveva essere libero (e non sotto varie pressioni ), credevo che le strutture accreditate non potessero avere altre comunità, ecc.  

Potrei continuare ma mi fermo qui. Anche perché sembra che i regolamenti vengono fatti su misura per le caste delle potenti lobbies, "ammirare"  "VUOTO PER PIENO" che continua a favorire il privato togliendo soldi al pubblico, milioni di euro dispersi, ancora una volta nell'ennesimo vuoto (per pieno), ma la Puglia da tempo ha una situazione anomala per quanto riguarda le strutture. Da non dimenticare poi che con il nuovo governo c'è il rischio che la legge 180 (che a mio parere è una legge che molti ci invidiano ma non correttamente applicata) venga modificata.
Ho l'impressione che, invece, di cambiare in meglio stiamo andando indietro (lungo degenza, elettroshok, accanimento farmacologico, TSO senza rispettare le procedure indicate dalla legge ecc.).

Si continuano a costruire leggi a misura dell'aggravamento a vantaggio delle solite imprese, per cui io continuo a chiedermi  come mai non riusciamo, chi come noi e da tanti che anni opera nel settore della salute mentale, a valorizzare le differenze, le identità, l'autodeterminazione, nell'ottica del rispetto e della libertà della individualità. Ma nello stesso momento mi devo domandare cosa faccio io per
rafforzare e costruire legami sociali per queste persone? Perché non fare prevenzione rafforzando  il territorio, perché non investire in centri diurni possibilmente pubblici? Non dimentichiamo che le strutture psichiatriche del privato sociale già oggi assorbono i due terzi della spesa sulla salute mentale a fronte di un servizio senza alcuna logica sociale e distribuzione sul territorio.
In conclusione aggiungo che  bisogna stare molto attenti perché vi sono comunità che svolgono funzioni di esclusione e di parcheggio per tutta la vita. Il servizio di per sé non è sinonimo di qualità. Ci sono comunità che non dovrebbero avere più di 20 posti e, invece, possono diventare strutture gestite secondo
una logica manicomiale. Vi sono comunità che non dimettono o strutture in cui vi sono ancora pazienti contenuti.
Questa logica, insomma, permane. La nuova concezione presuppone che vi sia dietro tutto un dipartimento attrezzato, che tutti i vari servizi siano collegati tra di loro: assistenza domiciliare, dayhospital, centro diurno, comunità.
Questo per consentire un intervento integrato e finalizzato al reinserimento. Reinserimento che non sempre può essere fatto in famiglia; nel contempo il paziente non può essere lasciato in mezzo ad una strada o per tutta la vita nelle comunità. Laddove non ci sono le condizioni per rientrare in famiglia, per esempio, una possibilità è data dalla creazione di case alloggio. Per tutto ciò non basta un'azione di natura sanitaria ma anche un'opera di sensibilizzazione della società, del condominio o del posto di lavoro, dove il paziente potrebbe anche trovare un'opportunità di rilancio. Un'opera culturale molto difficile da portare avanti ma possibile.
Confrontandomi con operatori noto un fortissimo calo di idealità, di fede in quello che si sta facendo. Non so quanti operatori oramai si identifichino con il messaggio di Basaglia, cioè quello di mettere la persona al centro degli  interessi. Ci sono servizi in cui si fa quello che si può, dove vengono usati farmaci credo in maniera abbastanza corretta, dove però anche molte famiglie devono farsi carico di molti problemi.

Per mia curiosità  vorrei sapere:

1) quale figura professionale è abilitata a somministrare la terapia farmacologia;
2) come mai nessuno prende in considerazione la diagnosi infermieristica. (regolamento 7/2002);
3) perché non ci sono indagini conoscitive su tutte le strutture e sulla forzata e prolungata che porta come ho già accennato  alla istituzionalizzazione;
4) come mai i CSM non supervisionano le strutture (senza avvisare);
5) quali sono le nuove delibere per la regione Puglia, sull'accreditamento delle strutture private visto che vengono modificate costantemente.

Rocco



Aou 27
Bestiario psichiatrico parte seconda

di nicola pasa


Al bestiario psichiatrico già pubblicato su questo sito mancavano solo due voci: Familia e Utentia. Ora il bestiario può dirsi completo, riservandomi il gusto di modificare in seguito alcune delle voci o aggiungerne altre.

Familia

I famigliari si dividono principalmente in due correnti:

Basagliani

I basagliani sono quei famigliari che si sono battuti per la distruzione dei manicomi e per la costruzione di servizi e strutture dove si curano le persone e non dove le persone vengono segregate, nascoste e private dei loro elementari diritti

Comuzziani

I comuzziani, che prendono il loro nome da Mario Comuzzi (andate su google e saprete chi è), sono quei famigliari anima e core che si vergognano fondamentalmente dei loro famigliari “malati”, che invocano per i loro “cari” vere cure salvifiche, come elettroshock, custodia, farmaci a go go. Essi sentono su di loro tutto il peso dei loro figli, si sentono caricati da questo peso, per colpa dei dipartimenti che non si occupano nel modo a loro congeniale dei propri figli. I comuzziani tendono ad apparentarsi in branchi denominati “vittimedella180” (vedi articolo sul sito) anche se spesso preferiscono agire con discrezione, tempestando di insulti megafonati tutti quelli che osano esprimere un dubbio, una perplessità. I comuzziani hanno molta paura e vergogna della malattia mentale, e in genere è difficile che i loro “cari” si esprimano, quando lo fanno di solito è perché sono raggirati oppure perché incapaci di intendere e volere. Forse i comuzziani hanno vergogna di loro stessi? Pensano che una pillola magica o una terapia così “efficace” come l’elettroshock possa loro togliere l’onta di aver messo al mondo un figlio malato di mente, possano cioè correggere questo errore della natura e renderli fieri del loro ruolo di padri e madri?

Utentia

Gli utenti si dividono in molte categorie, per semplificare cercherò di ridurle il più possibile.

Zio Tom

Sono quegli utenti che siccome loro ce l’hanno fatta grazie alle amorevoli e costose cure di qualche professorone dicono che va tutto bene, anzi va tutto male, nel senso che i farmaci e le cure all’avanguardia come la tec non vanno demonizzate, che bisogna affidarsi con fiducia alle fattucchiere farmacologhe, e che quindi quegli utenti che si agitano dovrebbero quietarsi.

Antipsichiatrici

Sono gli utenti che hanno scelto l’antipsichiatria, hanno le spalle spesso ben coperte, tutto sommato se ne infischiano della salute mentale, come Thomas Sasz (membro onorario di Scentology) sono persuasi che la malattia mentale o il disagio psichico non esista e in genere sono molto intolleranti contro quegli utenti che si agitano e che dovrebbero quietarsi e lasciare fare a loro.

Basagliati

Sono quegli utenti che hanno ritrovato le parole, e che dopo averle ritrovate vorrebbero anche esprimerle. Spesso però si trovano di fronte un mondo che li tratta un po’ come delle creature da esibire per dimostrare l’efficacia delle “amorevoli cure”, a volte con paternalismo, spesso come dei rompicoglioni. Per esprimersi nei convegni organizzati dai famigliari o dagli operatori spesso devono fare i matti, solo allora si consente loro di esprimersi, in quanto appunto matti.

Comuzziniati

Sono quegli utenti che hanno la sventura di avere dei famigliari comuzziani, di loro non sapremo mai troppo, perché i loro custodi tengono molto alla loro riservatezza. Se hanno ritrovato le parole non lo sappiamo, siamo certi che se parlassero verrebbero coperti dalle urla dei loro famigliari.

 



Aou 27
I miei nemici

di nicola pasa

I miei nemici

Da sempre ho imparato a riconoscere i miei nemici, soprattutto a riconoscermi anche in loro, e quindi combattere i loro fantasmi, non il loro corpo. La non violenza gandhiana, che uno psichiatra che si crede un padreterno, al di sopra del bene e del male, ha pensato bene di insegnarmi, pensando che io fossi uno sprovveduto e non la conoscessi o non la praticassi da sempre, insegna prima di tutto a combattere, insegna una pratica di lotta, non solo una condotta di vita o una morale politica, insegna come fare una guerra. Gandhi non si è mai sognato nella sua vita di dire che non bisogna lottare contro i nemici della propria gente. E Gandhi ha sempre condannato la violenza perché atto di suprema viltà. In molte occasioni Gandhi ha avuto modo di esprimere una condanna ferma contro colui che non combatte. Colui che non combatte il nemico della sua gente non è un non violento, è solo un vile.
Per questo dichiaro la mia guerra, una guerra politica e culturale, una guerra non violenta, che non lascia cadaveri sul campo e che offre semmai all’offesa il proprio di corpo. Il gesto del bonzo che si dà fuoco è l’estremo atto di lotta di un uomo che offre il suo corpo alla causa, non per divenire un martire, io non amo i martiri cristiani e di qualsiasi fede, i martiri producono prima o poi un martirio di popolo e insegnano la sottomissione ai signori, non al Signore, ma per seminare nel nemico l’amore per la propria vita e per quella degli altri.
I miei nemici hanno nomi e cognomi ma io non combatto la loro persona, io combatto ciò in cui credono, ciò in cui sperano, ciò per cui si battono, io combatto i loro fantasmi e la loro malriposta fiducia in valori e illusioni che li porteranno inevitabilmente alla morte. Guardateli i potenti, anche i più piccoli, sembrano così belli, luccicanti, sono pieni di fascino, pensano di aver in mano il mondo. Se stringono il pugno scivola via un po’ di sabbia.
Alessandro il Grande, che era un piccoletto, conquistò terre su terre, quando le terre da conquistare finirono, arrivato all’estremo limite dove davanti si stendeva solo il mare scoppiò a piangere come un bambino a cui la madre aveva sottratto un giocattolo.
E’ finito il tempo della pace, non perché l’ho deciso io o altri, la pace finisce quando ti rendi conto che la guerra sta già distruggendo la tua casa, che sta uccidendo la tua gente.
Io dichiaro la mia guerra e la combatterò fino in fondo con i mezzi che ho, senza mai tradire i valori in cui credo, e senza mai commettere quel supremo atto di viltà che è la violenza.
Io dunque dichiaro guerra:
alle fattucchiere che incantano la gente promettendo guarigioni miracolose a suon di farmaci
a chi nega i diritti fondamentali di una persona in nome di una scienza o di una compassione
a chi usa le persone più innocenti come scudo per poter sparare bene sui propri nemici
a chi specula sulla pietà e sulla compassione
a chi lucra su chi non ha parola
a chi commette violenza contando sull’impunità
a chi commette violenze e soprusi contando sull’impunità delle zone franche
a chi vuol ripulire le strade dalla feccia
a chi come cento, duecento, trecento anni fa pensa che la follia vada rinchiusa, in nome della compassione, della nobiltà d’animo, della decenza, della pietà, del denaro, della paura.



“Yes I know my enemies / They’re the teachers who taught me / to fight me / Compromise, conformity, assimilation, submission /
Ignorance, hypocrisy, brutality, the elite / All of which are American dreams”.


“Sì io conosco I miei nemici
Sono coloro che mi hanno insegnato
Per combattermi
Il compromesso, il conformismo, l’assimiliazione, la sottomissione
L’ignoranza, l’ipocrisia, la brutalità, l’élite
Questi sono dunque i sogni americani”


da Know your enemy dei Rage Against the Machine




Aou 27
I PERSONAGGI SFUGGITI DAL MIO LIBRO

di alice banfi


 

Non è facile scrivere, parlare del mio libro... come dire, è già scritto.

A me piace scrivere delle persone, forse potrei approfondire qualche personaggio o aggiungere quelli che mancano.

Qualche storia era troppo breve, non avrei saputo come collegarla, come ficcarla in mezzo alle altre.

Un po' mi dispiace, a volte ci penso e mi dico: "Cacchio quella cosa che ha detto Lena, non l'ho scritta" e mi viene il nervoso!

Poi penso alle persone che nel libro non ci sono e che da sempre sono i soggetti dei miei quadri.

Come la regina del mondo: una ragazza di vent’anni, orientale, con lunghissimi capelli neri.

Quando arrivò in reparto gridava come un’aquila: “Sono la regina del mondo! Sono la regina del mondo!” poi piangeva e di nuovo cominciava a urlare, “Sono la principessa della terra!!!”.

Sfondava i timpani a tutti.

Due infermieri cercavano di calmarla.

Non sei la regina del mondo, la smetti di urlare?!”.

NO! IO SONO LA REGINA DEL MOOONDO!”.

Avevano una tecnica infallibile… per farla urlare ancora di più.

Mi stufai di stare a guardare e andai da lei. Era seduta sulla solita unica sedia nel corridoio, io mi accovacciai di fronte a lei.

Ricominciò ad urlare: “Sono la…”

Ed io: “Sì lo so, sei la regina del mondo, sei la regina dell’universo e sei bellissima!”

(Era bella davvero!).

Smise miracolosamente di urlare, mi guardò con i suoi occhietti a mandorla e mi chiese: “Lo sai?”.

Certo, lo so, poi si vede benissimo!”.

Si raddrizzò tutta, la sedia era diventata un trono, fece un gran sorriso e si tolse dal collo una collana.

Era una catenina d’oro bianco con una piccola pietra per ciondolo.Tenendola per le due estremità me la porse.

Tieni è per te”.

No grazie, non posso accettare”.

Come sarebbe! Io sono la principessa della terra!”.

Si, ho capito ma non posso davvero prenderla”.

Aggrotto le sopracciglia indispettita e con voce severa mi disse: “Comando io! Sono la regina del mondo. Tu non decidi, io decido. Ora la prendi!”

Come facevo a rifiutare? Era la regina e mi dava un ordine!

Va bene mia signora, l’accetto”.

Le ricomparve il sorriso sul volto e non gridò più.

Andai dagli infermieri e consegnai loro la catenina controllando che la mettessero tra gli oggetti della ragazza.

Non ricordo altro di lei, eppure ci restò un bel po’ in reparto ma questa è l’unica immagine che mi è rimasta.


La professoressa Capuzzo invece era una di quelle cagacazzi che raramente s’incontrano anche in un reparto psichiatrico!

Si inventava i nomi di tutti, o meglio pensava che le persone che aveva davanti fossero altri.

Andava da Carla, l’infermiera e cominciava: “Erminia! Erminia! Perché stai sempre chiusa qui?”

Signora devo starci, è l’infermeria”.

Ma no, Erminia, lascia stare, vieni via”.

Non posso signora”.

Dai Erminia! Portami a messa… dai” e la prendeva per un braccio tirandola verso di sé.

La domenica se c’era Carla in turno accompagnava la professoressa alla chiesa dell’ospedale.

Grazie Erminia, è così bello andare a messa con te!”.

Bastava poco per farla contenta.

Ma quando mia madre veniva a trovarmi, la professoressa Capuzzo entrava nella mia stanza e non usciva più.

Io ero sul letto e mia madre mi accarezzava la testa, cosa che infastidiva la signora Capuzzo.

Silvia! Cosa fai? Silvia!”.

Mi chiamo Anna, accarezzo mia figlia”.

Ma cosa dici Silvia! Perché accarezzi quella lì, non ti conosce neanche!”

Si che mi conosce è mia figlia e io mi chiamo Anna”.

Allora la professoressa prendeva il braccio di mia mamma con tutte e due le mani e tirando diceva: “Silvia, smettila, vieni via! Dai, vieni via!”

Signora faccia la brava, mi lasci”.

No Silvia, vieni via, accarezza me. Lasciala stare quella lì!”

Alla fine mi veniva l’esaurimento nervoso.

Signoraaa! Questa è mia madre ci lascia parlare in pace?!”.

Ma cosa vuoi tu?” e a mia mamma, continuando a tirarla “Silvia vieni via, vieniii!”.

Non ne potevo più: “Porca puttana! Fuori dalle palleee! Esci dalla mia stanza!”

Mia madre pur di tranquillizzarmi usciva dalla stanza assieme alla professoressa e la stava ad ascoltare con una pazienza che io l’avrei fatta santa.


Poi c’erano i ricoveri assurdi.

Persone che io avrei messo ovunque, tranne che in psichiatria.

Una volta fu ricoverato un signore che doveva avere almeno cent’anni. Dovettero aprire tutte e due le ante della porta per far entrare il signore con il suo letto. Stava su un letto speciale con un materasso ad acqua perché aveva delle piaghe da decubito, il volto era parzialmente coperto da una mascherina per l’ossigeno e al braccio aveva una flebo.

Che diavolo ci faceva lì? Chi era il genio che l’aveva ricoverato in psichiatria?

Gli infermieri si facevano la stessa domanda.

Rimase nel suo letto in reparto due giorni, poi venne trasferito, probabilmente in un reparto più adeguato.


Un'altra volta venne ricoverato un giovanissimo ragazzo marocchino.

Anche quella volta lo fecero entrare dalla porta d’ingresso con tutto il letto e lo trasportarono in stanza.

Io incuriosita andai a vedere chi era.

Non diceva una parola, mi guardava e tentava di sorridermi.

Aveva la faccia piena di ematomi, la fronte deformata dal gonfiore, un occhio così pesto che nemmeno si apriva, le labbra rotte e dei punti sul cranio.

Mi appoggiai alla balaustra del letto, non sapevo che dire… Gli infermieri gli stavano legando mani e piedi.

Pensavo fossero impazziti! Quello non riusciva nemmeno a stare in piedi! Cosa lo legavano a fare?!

In realtà non lo sapevano bene nemmeno loro, eseguivano un ordine e brontolavano l’uno con l’altro: “Perché ci mandano sta gente?!”.

Che ne so, non lo capisco proprio”.

Passarono poche ore. Io passeggiavo come sempre per il corridoio, quando sentii un gran trambusto.

Gli infermieri correvano da una parte all’altra urlando: “Chiama l’ambulanza, presto!”.

E’ andato! È andato!”.

Dai, dai che lo pigliamo, avverti rianimazione!”.

Il ragazzo era andato in coma, lo vidi solo un attimo mentre lo portavano via.

Gli infermieri erano esausti e incazzati neri: “Perchè cazzo l’hanno ricoverato qui!? Conciato com’era non potevano metterlo in medicina d’urgenza!”.

Mi toglievano le parole di bocca!

A volte mi trovo ancora a pensare a quel ragazzo mentre mi guarda, mi sorride e mi domando se quel giorno ce l’ha fatta, se si è ripreso o se è morto.


Alice Banfi.



 

 






Aou 26
Una ruga una storia una vita

di Emanuela

Una ruga una storia una vita
In fronte
ho un'unica ruga
un solco,
una traccia,
dolori passati
che nessuno
potrà mai cancellare.

Offro alla vita
altra vita,
non per dissolvermi in lei,
ma per rinascere
ogni giorno
con colui
che ha sentito
il richiamo
dell'anima mia
e che dolcemente
mi tiene per mano.

Ricordare
pensieri passati
senza rimpianti.
Immaginare
la vita a colori
il rosso, il giallo, il verde,
l'azzurro del cielo,
il blu profondo del mare,
il colore dei suoi occhi.
L'arcobaleno della vita mia.


Aou 26
PSICOFARMACI AI BAMBINI

di alice banfi


 

Bolzano, 24 agosto 2008

 

Petizione contro la somministrazione di psicofarmaci ai bambini

 

Il CCDU sarà presente sabato 30 agosto dalle 9.00 alle ore 19.00 a Bolzano presso il ponte Talvera per organizzare una grande raccolta di firme.

 

In Alto Adige la psichiatria sta promuovendo una nuova “malattia dei bambini”: ADHD mancanza di attenzione e iperattivitá. Da loro definita “malattia”, anche se non riescono a dimostrare nessuna alterazione organica. Questa presunta malattia viene diagnosticata solo con qualche sciocca domanda. Come per esempio: il bambino muove spesso le mani o chiacchiera troppo. Non esiste nessun altro mezzo con il quale si possa fare diagnosi.

 

Con questo i bambini “diagnosticati” vengono etichettati come malati mentali, o peggio, imbottiti di pericolosi psicofarmaci, che sono stupefacenti, droghe che possono dare dipendenza. Alcuni di questi farmaci possono indurre pensieri suicidi, altri creare gravi problemi cardiaci, che possono portarli fino alla morte.

La gente dell’Alto Adige vuole proteggere i bambini dalle lobby psichiatriche e dalle case farmaceutiche, ma la classe politica non si è ancora fatta sentire.

 

Se avete a cuore i nostri bambini, affinché non vengano etichettati come malati mentali e imbottiti con pericolosi psicofarmaci, allora venite al ponte Talvera a Bolzano sabato 30 agosto dalle 8.00 alle 19.00 per firmare la nostra petizione. Voi potete aiutare.

(Fonte CCDU, ricevuto da un'amico)  Ti prego di mandare queste informazioni a più persone possibili.

Grazie, Paolo

 

 




Aou 26
Cronaca di una Presentazione del libro "Tanto Scappo lo Stesso"

di alice banfi

Cronaca di una Presentazione del libro
 

... In un salone immenso lo "Spazio Rinascita" pieno di libri di tutti i generi e per tutti i gusti e in due punti differenti del salone un libro, il mio, l'unico di stampa alternativa presente...

La presentazione su un mega palco con alle spalle il simbolo del P.D, microfoni altissimi, un simpatico giornalista a presentarlo con me. Un mini- giornalista, magro e basso più di me, niente scale per salire sul palco ci siamo arrampicati, poi seduti, noi due soli, minuscoli tra cose giganti.

Ore 19.30... tutti sono a mangiare, 1500 mq di salone del libro semi deserti, ad ascoltarci una decina scarsa di persone.

La presentazione va comunque bene.

Subito dopo corro a mangiare anche io assieme a Roberto il mio propapà. Vengo inseguita da tre persone che mi stringono la mano e mi chiedono la dedica sul libro.

Finisco velocemente di mangiare, torno alla fiera del libro... è inondata di persone, di lettori.

"Cazzzzooooo!".

mi metto accanto ai miei libri ed appena qualcuno si ferma a dare un occhiata attacco a parlare... davvero da matta! li inseguo, "non sapete cosa vi perdete! un best seller! parla di questo e questo e quest'altro! poi potete avere la firma dell'autrice! vale ancora di più!"... forse loro son più matti di me perché li convinco tutti, comprano e mi fanno firmare.

E' tardi, torno nel misero Grand Hotel da 350 euro a notte... (la prossima volta mi porto una tenda e mi faccio dare i soldi della stanza!).

Sveglia prestissimo... insomma alle 8.00, per me è da folli! colazione razzo e corsa in stazione.

Roberto compra il Corriere della Sera Fiorentino , lo sfoglia... "non c'è niente...".

Cambio treno, mi addormento...zzzzz. "Svegliati! Dobbiamo scendere!", tuona la voce di Roberto.

Mi alzo, sudata, rincoglionita, e con la vescica al limite.

Altro treno e poi siamo a casa... Lo aspettiamo seduti su una panchina... fumo, sono esausta.

Roberto mi porge il Corriere, prima pagina della Cultura... foto delle miss... poi un articolo: Letteratura: "Il romanzo di una matta che ci fa ridere". Bel articolo, breve ma intenso.

Sorrido, arriva il treno e  finalmente sono a casa.

 Alice Banfi.






Aou 24
La musina

di Leda Cossu

La musina

La musina: il mio più grande tesoro… il lavoro su me stessa.

Seduta per terra, sulla “caesea”* del letto, rialzai il viso ribelle e bagnato. Avevo pianto a lungo con la testa rannicchiata fra le ginocchia. Mi rivolsi a me stessa, a quando fossi diventata adulta: mi devi ascoltare dissi, puntando severa l’indice all’insù. Da grande non devi dire: “ma” le persone cambiano, la gente è cattiva, è tutto inutile, la vita è dura (quel giorno me l’aveva detto persino mia madre che pure viveva ogni difficoltà con leggerezza), devi restare con i piedi per terra, gli ideali sono sogni, il Cielo è lontano… non le devi dire queste cose, perché i bambini non devono perdere la speranza… 

Cercavo in me stessa una “bricola”* alla quale “attraccare” la mia anima. Mi dicevo: devi vederle le immagini belle, le persone buone, le sensazioni piacevoli: i sapori, gli odori, i suoni... e non solo quelle brutte. Te le devi mettere “in musina”* le cose belle e le persone buone. Da grande la devi aprire e raccontare verità e non cose che nascono solo dalla bocca..

Iniziai lì il mio viaggio. Avevo 8-9 anni. Cercai nel passato, fotografai il presente, lo annotai per il futuro: una casa bella in montagna a Tai di Cadore e la sensazione di stupore che mi allargava l’anima. La vecchia madre di Giorgio-lontano che mi apriva la soffitta e il tepore che faceva nascere nel mio cuore. I libri sui vichinghi e la voglia di conoscere. Le “spiere de sol” che disegnavano ricami sulla parete…. Cercavo di essere precisa nel vedere perché il ricordo doveva essere vero.

Imparai a dire “e” al posto di “ma”.

Scoprii così… che si cresce per imitazione ed anche per differenza. 

Vidi lo sguardo senza anima della mia terribile maestra dalla cultura autoritaria che si apriva ad un silenzioso dubbio guardando assorta oltre i vetri della classe e…  sperai che le si aprisse il cuore. Vidi mio zio Bepi, non solo bevitore. Aveva occhi azzurri e parlava agli uccelli. Ce n’era sempre uno sul tavolo della sua cucina: un passero, o un merlo, o una cocorita. Gli facevano la guardia; all’ingresso ti svolazzavano attorno  gridando ed atterravano sulla sua spalla. Li ospitava e curava se feriti. In osteria facevano capolino dalla tasca interna della giacca. Restauratore del legno, salvava con maestria anche quelli più fragili. Troppo fragile lui invece, per reggere le chiacchere sciocche dei compagni in un intero giorno di lavoro… troppo per lui. Non sempre i gruppi creano comunità. Un pelandrone, diceva qualcuno, ma lui lavorava sempre. Fu in alcuni periodi “ospite” di un manicomio “nell’isola” di San Servolo a Venezia. I manicomi sono così… posti isolati dalla comunità. Morì il giorno di Natale del ’75, in ospedale. Era un bellissimo giorno di sole. Fui risvegliata dalla voce di mia madre, ai piedi delle scale. Le chiesi: era solo?

Mi stupii subito di questa domanda. Seppure adulta, non avevo ancora visto un morente, la mia famiglia era numerosa, che c’entrava la solitudine? Iniziai allora a rispondere ad una domanda di cui intuivo la risposta, ma che non avevo ancora portato a coscienza. Quando stai troppo male per vedere oltre il dolore, devi avere qualcuno vicino che ti riconosca, o che di te abbia un’immagine vera, antica, una foto prima del dolore. Almeno un volto amico che di te sappia il nome, veda la tua bellezza, ti ricordi chi sei… “una bricola” per la sua anima e la tua.

Ho visto molto e molto ho messo in musina, spesso navigando “a vista”.

Ho imparato a scorgere, nella vita di sonno e di veglia, la bricola a cui buttare “la mia sima”*: un Spirito buono che mi lascia libera di scegliere.. ma si fa riconoscere: Cielo, Buddha, Angelo, Dio… e assume il volto della bellezza, dell’accoglienza, della bontà, di un aiuto insperato… chiamato coincidenza, a volte incredibile. Quando un dolore mi vela lo sguardo, quando mi trovo davanti la valigia aperta per un nuovo viaggio di vita, che non ricordo di avere organizzato io, mi guardo attorno… cerco. C’è sempre l’Angelo che mi siede accanto. Che punta l’indice sulla mia musina. Mi regge le mani con cui la apro tremante, una volta ancora.

Dentro la musina c’è accumulato il mio più grande tesoro, il lavoro su me stessa, qualche talento in dono, molta bellezza vista, pensieri e sensazioni piacevoli, un vissuto memore. Non molto, bricole per sostare un po’.

Risorse solo per una caparra, il resto so ormai che lo acquisterò in viaggio.

* Caesela, si dice caesea, piccola calle veneziana. Qui lo stretto spazio fra due letti. Bricola: si dice bricoa, palo di legno infisso in acqua, al quale attraccano le barche nei rii veneziani. Musina: salvadanaio. Sima: corda per attraccare la barca alla bricola.

 

 



Aou 23
Una protesta? No, una proposta mostruosa

di océane.m

Una protesta? No, una proposta mostruosa

Una protesta? No, una proposta mostruosa!!!

Caro Beppe Grillo ho visto pubblicato nel tuo sito il video di Mario Comuzzi, papà di Giulio, morto suicida l’anno scorso.

Ascoltiamo bene questa voce del padre. Oltre il dolore c’è un’idea della salute mentale mostruosa, in sintonia con le lobby manicomialiste…. Il 70% dei servizi di salute mentale ancora contiene, i servizi sono prigioni con le porte chiuse a chiave... seppur con molte contraddizioni all’interno… spesso mobizzate. Rimane quel 30% assolutamente in minoranza, come Trieste, che evidentemente non ha ragioni da gridare, con odio. Le cose che funzionano… non hanno urla… quindi non si sentono. Non si sentono neppure le voci di sofferenti e famigliari all’interno della “maggioranza” dei Servizi che legano… (il 70%) e chiudono le porte sia ai sofferenti che ai famigliari…. e non si sentono le voci dall’interno di questi servizi dei molti curanti: infermieri e medici mobizzati perché NON SI ACCANISCONO SU QUESTI POVERI CORPI.

E … cercando Giulio Comuzzi, non posso non avere dolorosamente presenti i troppi Giulio resi oggetto delle cure dei famigliari “mamme ‘e core” e “padri giustizieri”. Io sono dalla parte di Giulio. E “spero che me la cavo” nonostante le urla di questo padre e spero in un futuro di non dover subire io e i miei cari quanto invoca questo padre.

Su quanto dice Mario Comuzzi manca il soggetto: Giulio. Mi sono guardata e riguardata tutti i video su You Tube… cercando Giulio.. e dalle stesse parole del padre emerge una verità... CHE IO HO GUARDATO E ASCOLTATO DALLA PARTE DI GIULIO E DEI TANTI GIULIO strappati con fatica dalla disistima di sé, dalle pratiche violente.

C’è il padre, manca la voce del figlio, che nonostante il padre non volesse, frequentava i servizi della sua città.

Trieste è purtroppo fra quel 30% che accoglie e non lega e… non fa l’elettroshock… anche quando i famigliari… come questo padre (basta ascoltare attentamente i video e leggere nei siti in cui è protagonista) vorrebbero . Questo padre se ne è fatta bandiera di queste pratiche, ne parla come se fossero salvifiche, chi ha sofferto sulla sua pelle il manicomio, la contenzione, queste “mostruose cure”… insomma, chi ne sa qualcosa da parte dei “sofferenti”, non può condividere quanto dice Mario Comuzzi… che per 8 anni (parole sue) FIN DALL’INIZIO DELLA SOFFERENZA DEL FIGLIO (parole sue) ha portato suo figlio di qua e di là dai manicomialisti che lui enfatizza come competenti.

Questo padre irride e denuncia la Psichiatria non violenta, la Psichiatria Democratica (salvo poi dare ampiamente dei nazisti a questi stessi servizi) perché rifiuta il terribile elettroshock come invece lui proponeva. Dà dei nazisti a chi aborrisce queste pratiche davvero naziste. In questo modo dà ragione ai professoroni che lui cita, come il prof Cassano che vorrebbero… internare a vita…”solo per un anno… almeno per un anno… praticamente a vita” le persone, com’era prima del 1978, prima della legge 180. Fino al ’78 sapevi quando entravi in manicomio… ma non quando ne uscivi, allora non c’era l’ospedale. Non c’erano diritti, potevano farti il Trattamento Sanitario Obbligatorio quando volevano e SOPRATTUTTO TRATTENERTI… a tempo indefinito… nessuna legge 180 ad impedirlo. Ed ora… vorremmo tornare a farci bruciare le cervella per dare ragione a questo padre giustiziere… solo perché padre? E quindi tutti gli altri padri e madri e soprattutto utenti dei servizi dovrebbero subire le conseguenze di questa battaglia che per ora è “culturale” e poi ovviamente diventano leggi. Altrimenti perché invocare Berlusconi-Schifani-Fini come ha invocato Mario Comuzzi? Il ruolo dei Governi è fare le leggi e cambiare le leggi… come invocano contro la 180. Leggi che abbondantemente stanno facendo e ci hanno già provato… finora senza riuscirci.. vediamo cosa risponde ora questo Governo a questa grandiosa battaglia culturale vestita dal dolore di un padre che non ha evidentemente accettato le decisioni del figlio… che invece continuava a recarsi ai servizi di Trieste.

Questi professori manicomialisti, questi che parlano di "vittime della 180" e non di "liberati dalla 180".. non sono innocenti, sono appunti quel 70% di professori che non si mette in gioco nella relazione con i sofferenti, che vuole tenersi il camice... quel camice che ai polli solleva un "ohh" quando arriva il professore… Per questo dopo tante sofferenze ho imparato a riconoscere le differenti pratiche di cura ed oggi faccio un bello sberleffo ai professori in camice e manicomialisti!!! E ho la ragione per dirlo… nel mio piccolo, ed è una grande sconfitta per una sorella morta a 41 anni grazie alle conseguenze delle vecchie pratiche manicomiali e ad un mio caro che invece è felicemente guarito di recente… proprio perché siamo dopo il ’78, con una Legge a tutela dei sofferenti.

Su internet e You Tube c'è un forte, negativo ed offensivo giudizio del padre sui servizi di Trieste subito dopo la prima visita. Non è mica una cosa da poco dare indicibili aggettivi tout court alle persone… da subito, che idea aveva ed ha questo padre della sofferenza? Quella degli altri… non solo la sua.

Si chiede questo padre come mai Giulio continuava ad andare ai servizi nonostante lui non volesse (lo dice sempre il padre in internet e su You Tube)? Dice che era manipolato… se invece si fosse fatto l’elettroshock sarebbe stato bravo?  

Non identifichiamoci con quel 70% di cattive pratiche che non funzionano... non è il 100%. C’è anche un 30% che funziona e fra questo Trieste. Né questo argomento c’entra con i questionari e le molecole ai bambini, contro i quali anch’io ho fatto una battaglia con le mamme veneziane col Forum di Salute Mentale, proprio quel forum voluto dalla moglie di Basaglia 4 anni fa contro il ritorno delle varie Burani e Procaccini a favore dei manicomi.

Il giudizio negativo sui servizi di Trieste da parte di Mario Comuzzi è stato da subito, dall’apparire della prima sofferenza del figlio adolescente… evidentemente non è stato amore a prima vista…. e d’altronde… come si fa a distinguere gli utenti dai curanti.. se non hanno il camice?

Ed è qui il bello: SIAMO TUTTE PERSONE, anche se non abbiamo il camice. Ciò che ci distingue fra ESSERI UMANI in certi momenti è solo il grado di sofferenza interiore… che va accompagnata vero la guarigione o almeno l’equilibrio SENZA CHE NESSUNO SI SOSTIUISCA A NESSUNO!!!

Questo padre "porta" il figlio di quà e di là, dai cassaniani e &… (quelli che hanno subito la prima condanna per la morte di una bambina con i farmaci…) è un percorso “mooolto professionale” con cliniche e camici… quelli che osannano l’elettroshock… che tanto… se il cervello è un organo come il cuore ed anche al cuore si dà qualche scossetta per rianimarlo….si può fare anche l’elettroshock in tutte le ASL (sic).

Ma come si fa ad imporre ad un servizio questi metodi, un servizio che ha fatto il percorso contrario... significa che i famigliari dovrebbero imporre ai figli le pratiche violente?  

E sui metodi della lotta? Queste grida DAVANTI AI Centri di Salute Mentale sono violente, PERPETUATE PER OLTRE UN ANNO SONO PERSECUTORIE nei confronti non solo degli operatori, ma dei sofferenti e famigliari… queste grida sono violente, ovunque siano. Ci sono sofferenti in questi luoghi… qualcuno di voi urlerebbe davanti ad un sofferente? Che razza di clima si crea? Come recuperare l’agitazione, la sofferenza? Nessuno se lo chiede? E' assolutamente normale "okkupare" e dare maliziosamente dei nazisti a persone che nelle loro singole storie personali hanno subìto l'occupazione, hanno salvato i sofferenti mentali prima dai nazisti e poi dalle pratiche naziste tanto osannate da Mario Comuzzi?

Il padre si arrabbia col figlio (sempre su You Tube) che è stato irretito.. non ricordo le parole ma insomma che è influenzato dai servizi.

Il padre ritiene il figlio "perso"? E' vero o non è vero che troppo spesso quando si ritengono i figli “persi pal caigo” come si dice a Venezia (persi nelle nebbie…) padri e madri arrivano ad affibbiare ai figli, anche se non sono consenzienti, l'amministratore di sostegno... l'invalidità... praticamente togliendo loro l'arbitrio, i diritti civili che in un giovane equivale a farlo morire… se non vuole?

E' vero o no che in qualche modo questo percorso potrebbe essere stato anche il percorso di Giulio visto che continuava a recarsi ai Servizi triestini? E’ che a volte, per fortuna, questi nostri figli NON VOGLIONO ESSERE STIGMATIZZATI. Che la vivono male questa cosa… mettetevi nei loro panni!!! Se (a mo’ di esempio) ti dicono che non vogliono e minacciano di suicidarsi se decidi CONTRO LA LORO VOLONTA' .... quale responsabilità dei servizi?

I figli VANNO ASCOLTATI, proprio come dice la campagna internazionale Giù le Mani dai Bambini.

Giulio in tutto questo sproloquio su internet e You Tube... non c'è... c'è solo il padre. C'è l'immagine del figlio di com'era da ragazzino… l’album di famiglia (ma i figli crescono… sofferenti o meno), la nostalgia, la dolcezza e tutta la rabbia per quello che non è stato. Che avrebbe evidentemente DOVUTO essere, ma Giulio "forse" come tutte le persone ANCHE SE FIGLI, cercava la sua strada e questa strada conduceva per anni i suoi passi ai Servizi di Trieste.

Giulio era uno stupido? I figli non sono nostri, appartengono a se stessi, non sono nemmeno dei Servizi che continuano ad accoglierli anche se hanno padri come Comuzzi... ma non sono obbligati a farsi offendere, cosa che purtroppo è ancora in atto. Nessuno restituisce l'onore alle persone offese e calunniate che stanno dalla parte dei sofferenti, come l’ASL di Trieste... e lo si continua a fare… anche in questo sito. Chi ripaga il dolore delle persone consapevoli nel vedere tanta strumentalizzazione della sofferenza? Tanto egoismo. Non c’è solo la sofferenza di Mario Comuzzi. C’è anche quella che lui provoca in chi conosce sulla propria pelle e dei suoi cari cosa vuole dire “contenzione, manicomio, elettroshock, disistima di se..”

Leda Cossu

 

 



Aou 23
L'Intelligenza del corpo - n.1

di Leda Cossu


Il corpo, una comune esperienza

     C’è una comune esperienza di chi si prende cura di se stesso, di altre persone: il corpo è importante, sempre. Qualsiasi sia la malattia, l’interruzione di una funzione. Che io sia famigliare di un malato, volontaria, governante, operatore, infermiera di un anziano, o disabile, o sofferente in grave perdita di autonomia motoria, di iniziativa… la mia attività di cura inizia dal corpo.

Il confine fra quello che sperimento, rielaboro, ricordo è sottile.

A volte un profumo, una temperatura, un colore percepito durante un evento doloroso è sufficiente a riviverlo con la carica di emozione e sconvolgimento fisico già vissuti. Le esperienze si imprimono anche nel corpo, nel sistema neurosensoriale, per fortuna anche le positive.

 

 

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Aou 21
Apologo dell'aspirante suicida

di nicola pasa


Un giorno K. manifestò il desiderio di farla finita. Non precisò i motivi della sua scelta. E non ebbe nemmeno il tempo del resto. Subito venne preso, legato e sedato. Si risvegliò in una stanza dalle pareti bianche. Aveva la testa pesante.
Un signore dal volto compassionevole lo guardava.
K. cercò di muoversi ma non ci riuscì. Qualcuno lo aveva legato, braccia e gambe. Legato al letto. Pensò ad uno scherzo o un sogno. Chiuse gli occhi e si svegliò.
Passò del tempo, un tempo infinito. Finché K. chiese a quell’uomo che ogni tanto appariva come mai si trovava qui.
L’uomo rispose che si trovava qui per il suo bene e poi gli chiese se ricordava qualcosa.
K. disse di no. E poi chiese come poteva uscire da qui.
L’uomo lo fece liberare e K. fu libero di tornare a casa.
Passarono alcuni giorni e K. manifestò nuovamente il desiderio di farla finita. Non precisò ancora i motivi della sua scelta. Prese un paio di lamette e si chiuse in bagno. Dopo sprofondò nell’incoscienza.
Si risvegliò in una stanza dalle pareti bianche. Aveva la testa pesante.
Un signore dal volto compassionevole lo guardava.
K. cercò di muoversi ma non ci riuscì. Cercò le gambe ma non le trovò. Le braccia erano legate saldamente al letto. Pensò ad uno scherzo o un sogno. Chiuse gli occhi e si svegliò.
Passò del tempo, un tempo infinito. Finché K. chiese a quell’uomo che ogni tanto appariva come mai si trovava qui.
L’uomo rispose che si trovava qui per il suo bene e poi gli chiese se ricordava qualcosa.K. disse di no. E poi chiese come poteva uscire da qui.
L’uomo lo fece liberare e K. fu libero di tornare a casa su una carrozzella.
Ma passati pochi giorni K. ebbe di nuovo il desiderio di farla finita. Non precisò neanche quella volta i motivi della sua scelta. Prese un flacone di pillole e le mangiò tutte. Dopo sprofondò nell’incoscienza.
Si risvegliò in una stanza dalle pareti bianche. Aveva la testa pesante.
Un signore dal volto compassionevole lo guardava.
K. cercò di muoversi ma non ci riuscì. Cercò le braccia e le gambe ma non le trovò. Non era più legato al letto. Pensò ad uno scherzo o un sogno. Chiuse gli occhi e si svegliò.
Passò del tempo, un tempo infinito. Finché K. chiese a quell’uomo che ogni tanto appariva come mai si trovava qui.
L’uomo rispose che si trovava qui per il suo bene e poi gli chiese se ricordava qualcosa.
K. disse di no. E poi chiese come poteva uscire da qui.
L’uomo lo fece prendere di peso e fu riportato a casa su una lettiga.
Ma pochi giorni dopo K. ebbe di nuovo il desiderio di farla finita. Non precisò ancora una volta i motivi della sua scelta. Trattenne il fiato fino a soffocare. Dopo sprofondò nell’incoscienza.
Si risvegliò in una stanza dalle pareti bianche. Aveva la testa pesante.
Un signore dal volto compassionevole lo guardava.
K. non cercò di muoversi. Pensò ad uno scherzo o un sogno. Chiuse gli occhi e si svegliò.
Passò del tempo, un tempo infinito. Il giorno prima di morire, ormai vecchio, K. cercò di formulare un pensiero e una domanda. Avrebbe voluto precisare i motivi della sua scelta sebbene gli sembrassero oscuri e avrebbe voluto chiedere perché si trovava qui. Ma poi non chiese più nulla perché nella domanda trovò i motivi della sua scelta.
Quando finalmente morì tante persone dal volto compassionevole lo guardarono compiaciuti. Un uomo vestito di nero gli diede l’estrema unzione e poi quel misero tronco privo degli arti, dei lobi frontali e della lingua venne portato via in una piccola cassetta bianca.
Era una splendida giornata e quegli uomini pieni di compassione uscirono a godersi gli ultimi raggi di un sole che splendeva su di loro.
K. si svegliò di colpo. L’incubo lo aveva turbato. Manifestò allora il proposito di farla finita. Non precisò i motivi della sua scelta. Perché non ne ebbe il tempo. Fu preso, legato, sedato e portato via.